Le Navi

Le navi di Caligola costituiscono un esempio unico di imbarcazioni cerimoniali da parata, dei veri e propri palazzi galleggianti più che natanti veri e propri: a chiglia piatta, misuravano una 73m di lunghezza per 24m di larghezza, l’altra 71m per 20 e nel ristretto specchio d’acqua del lago avrebbero avuto ben poco spazio di manovra, nonostante alcuni accorgimenti tecnici per agevolare gli spostamenti.

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Precedenti di imbarcazioni analoghe risalgono all’età ellenistica e sono rintracciabili nelle navi marine e fluviali riccamente adornate con pavimenti a mosaico, giardini pensili, delle vere “navi da crociera” di tradizione egizia il cui uso giunse fino ai principi ellenistici.

Caligola, particolarmente sensibile agli usi orientali e all’emulazione dell’antenato Antonio, non fu certo indifferente a questa forma di autocelebrazione. In merito alla funzione delle due navi, la prima doveva avere un uso di residenza da diporto, con ambienti chiusi a poppa, tra cui alcuni riscaldati ed altri con funzione termale, e padiglioni e sacelli a prua, ed era collegata alla villa dell’imperatore sulle rive del lago.

La seconda in particolare aveva funzione soprattutto cerimoniale, come prova il rinvenimento a bordo di oggetti di culto legati a Iside, che, forse proprio a partire dall’età di Caligola, venne assimilata a Diana nel vicino Santuario. Lo stretto legame villa – Santuario – navi va quindi considerato nell’ambito di un preciso programma politico-religioso e architettonico dell’imperatore, il cui modello dall’Egitto faraonico giunse, attraverso la mediazione ellenistica e l’indubbio riferimento ad Alessandro Magno, fino all’imperatore giulio-claudio.

Si è ipotizzato che le due navi servissero per l’Isidis navigium, un rituale con il quale il 15 marzo, al riprendere della stagione della navigazione, gli antichi si ingraziavano la dea Iside, protettrice dei naviganti.

I tentativi precedenti ed il recupero definitivo

Le navi rimasero visibili sui fondali nelle acque trasparenti del lago e furono oggetto di depredazioni e maldestri tentativi di recupero fin dal XV secolo.
Il primo a tentare di riportali alla superficie fu Leon Battista Alberti nel 1446, su incarico del Cardinale Prospero Colonna: a bordo di una zattera tentò di arpionare una delle due navi, recuperando alcune tubature in piombo con il timbro del proprietario, che una errata lettura fece identificare prima con Tiberio, poi con Traiano.
Seguirono altri tentativi, sempre infruttuosi, che portarono a galla vari reperti, fino al 1895 quando l’antiquario Eliseo Borghi riuscì a recuperare alcuni bronzi e mise in luce la presenza di due scafi e non di uno solo, come si credeva fino ad allora, rendendo evidente la necessità di procedere ad un recupero serio.
L’anno seguente vennero posizionati e rilevati i due scafi, distanti circa 200 metri tra loro e poco più rispetto alla riva settentrionale del lago e si proponeva il parziale prosciugamento del lago per portare in secca gli scafi ed eseguire un vero e proprio scavo, senza apportare ulteriori danni.
Il progetto, valido ma estremamente costoso per i fondi pubblici, fu finanziato da sponsor italiani e stranieri in cambio della riscossione del prezzo del biglietto d’ingresso del futuro museo che le avrebbe ospitate. Il problema più serio posto dal progetto consisteva nell’abbassamento del livello delle acque del Lago, che prevedeva due possibili soluzioni: la realizzazione di un cunicolo tra i laghi di Nemi e di Castel Gandolfo o il ripristino dell’antico emissario degli inizi del V sec. a.C. che portava l’acqua del lago fino al Fosso dell’Incastro ad Ardea.
Inizialmente prevalse la prima proposta ma successivamente si ritenne più fattibile il ripristino dell’antico cunicolo, ed il progetto divenne ufficiale nel gennaio 1928. La fase iniziale prevedeva la disostruzione dell’emissario attraverso l’impiego di impianti idrovori e dopo circa un anno, nel settembre 1929, raggiunta la profondità di m. 11,28, il primo scafo era totalmente emerso e l’impresa ebbe una notevole risonanza nella stampa nazionale ed estera.
La nave venne ricoverata all’interno di un hangar messo a disposizione dal Ministero dell’Aeronautica sulla riva settentrionale del lago, a poca distanza dal luogo dove sarebbe poi sorto il Museo. Tuttavia, le cattive condizioni di conservazione della nave e i costi elevati dell’opera portarono nel 1930 ad annunciare l’abbandono del progetto di recupero del secondo scafo, per il recupero del quale bisognerà aspettare il 1932.
Il rapido e inarrestabile degrado delle due navi e l’impossibilità di un loro trasporto poneva nel frattempo in termini improcrastinabili la questione del loro definitivo ricovero e si giungeva all’unica soluzione possibile: la realizzazione sul posto di un Museo. Venne per tanto indetto un concorso di idee e fu selezionato il progetto di Vittorio Ballio Mopurgo, che più di altri corrispondeva al gusto razionalista dell’epoca.

Via del Tempio di Diana, 13, 00040 Nemi Roma